domenica, 06 settembre 2009
 
Quando per la prima volta a Catherine Marie Duval fu concesso di uscire in pubblico, sfoggiata come il più prezioso dei tesori, ultimo trofeo di caccia del suo eccentrico nuovo padre, la sensazione che le si impresse sulla pelle morbida e profumata di bambina fu che le persone in quella stanza la volessero divorare con lo sguardo.

Tenendo la mano di quel signore così alto che quasi non vedeva in viso, avvolta in un abitino scomodo e più bello di qualsiasi altro avesse indossato nella sua breve vita, si guardava intorno con più sospetto che curiosità, e quello che vedeva erano iene dagli occhi gialli, sghignazzanti senza apparente ragione, pronte a divorarla.

Catherine Marie Duval era naturalmente troppo piccola e con troppa poca esperienza del mondo per sapere, in primo luogo, che esistevano animali ridanciani e folli, a molti chilometri da lì, così simili all’alta società parigina; e nemmeno poteva sapere quanto un’impressione infantile dettata dalla paura di un mondo nuovo potesse essere tanto indovinata.

Catherine Marie Duval si chiamava così da tanto poco che ancora faticava a rispondere, quando una di quelle voci autoritarie esigeva la sua attenzione. In poco tempo avrebbe dimenticato il nome di prima, così come avrebbe dimenticato prima il viso, poi i nomi ed infine le voci delle persone che l’avevano circondata nei cinque anni precedenti alla sua entrata in quel circo colorato e crudele.

Gli occhi sono uno dei particolari che si dimenticano più facilmente, in un viso conosciuto. Se non sono occhi amati, difficilmente ne ricorderai il taglio, la sfumatura, il colore delle ciglia.

Se non ami, difficilmente ricordi.

Nonostante questo, Catherine Marie Duval non avrebbe più dimenticato gli occhi affamati di lei che riempivano quella sala, che le strappavano di dosso quell’abitino – il più bello che avesse mai indossato nella sua breve vita, per quanto scomodo – e le marchiavano sulla pelle morbida e profumata di bambina il suo nuovo nome, dandole per la prima volta qualcosa da sfoggiare come il più prezioso dei tesori.


Forse, e sottolineo forse, possiamo farcela anche con lei.

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categoria: novel, sublime ignominie, louchette
domenica, 30 marzo 2008

[Attenzione, gentile pubblico: questo post contiene una quantità insana di incisi. Leggete a vostro rischio e pericolo.]

Non lo so, me ne stavo qui, tutta soletta e concentrata nel cavarmi fuori il benedetto paragrafo e mezzo che metterà fine a Giogo – Splendeva eccetera, maledizione ai miei titoli lunghi, che non sono certo uno di quei ridicoli gruppi post-qualsiasi-cosa-purché-sia-post, (sottotitolo: facciamo canzoni lunghi sedici minuti e mezzo così tutti penseranno che siamo molto fichi e post) (scusate, ho una passione sviscerata per questi dilungamenti nonsense), con il mio bel saggio sulla prostituzione nel secolo decimonono in Francia, che io quando mi documento lo faccio bene – pensate che ho addirittura comprato un corsetto per capire cosa volesse dire non respirare per dodici ore filate – lo devo, perlomeno, ai sei mesi in media per novel, direi; e pensavo al mio essere così restia alla pubblicazione. (Un periodo di sole 125 parole, mi sto arrugginendo. Una volta raggiungevo le 300 parole senza nemmeno usare i punti e virgola.)
Va bene, prima che lo dica qualcuno (la Ele): pubblicare COSA? Sì, ahah, ok, ma però insomma.
A livello puramente speculativo, ecco, se anche io riuscissi a scrivere come un essere umano normale a cui piace scrivere (l’iter che sogno sarebbe un riposantissimo stimolo-idea-bozza-stesura-gioia creativa, come immagino facciano le persone sane di mente, ecco) e non ne facessi ogni volta un processo che si avvicina più al parto plurigemellare che al semplice buttare delle parole una dietro l’altra onde formare frasi di senso compiuto (magari anche carine, che non guasta), non penso vorrei che una massa non controllata di persone fagociti quello che scrivo.
Non è per carenza di autostima (e questo blog mi pare lo dimostri ampiamente) : santo cielo, la carenza di autostima è l’ultimo dei miei problemi, sono eccessivamente vanagloriosa, e ne ho ben donde, visto che leggo molto raramente mi capita di pensare “questo livello non lo raggiungerò mai”, un po’ perché non mi interessa fare paragoni, un po’ perché sono effettivamente molto piena di me e so di scrivere sufficientemente bene, per la media (ah, ovviamente tutto questo discorso vale per la scrittura amatoriale: non mi sentirete mai paragonarmi a Calvino. Sono superba, non cretina.); certo, la media è bassa, ma non posso far fronte a tutti i problemi del mondo, oh, sto solo parlando di me, che volete?
Non è per carenza d’autostima, dicevo, ma nemmeno alla fine per salvaguardare qualcosa che reputo prezioso. La scrittura è una cosa che mi diverte e mi piace molto, a parte quando mi fa mangiare il fegato – quello è perché sono una paranoica schizzata, mi mangerei il fegato anche con il puntocroce, tanto vale fare qualcosa di meno imbarazzante -  ed è certo che nei lavori originali metta molto di me (leggasi: che mi sezioni e mi infili a pezzetti fra un rigo e l’altro), ma è anche certo che sono un’inguaribile esibizionista. Non mi dà fastidio farmi osservare, è solo nutrimento per il mio ego, ben venga se è anche condito dai complimenti per una prosa ben equilibrata (farmi i complimenti per l’equilibrio nelle cose che partorisco equivale a farvi amare per sempre. No, tanto perché lo sappiate, equilibrio è il mio complimento preferito).
Solo che, anche alla luce di quello che è il pubblico medio – non s’ha da fare, a me le medie piacciono solo come pura teoria: applicate, tendono a farmi venire la nausea -  non ho nessun stimolo a cercare un pubblico.
E non vale solo per Sublime. Sublime certo è IL PROGETTO, quello della vita, quello che a cinquant’anni ancora mi girerò fra le dita e penserò che forse vale un po’ la pena, di saper scrivere, solo per l’amore che provo per quello che mi danno i miei cinque imbecilli col loro contorno di psicopatologie copincollate dalle mie.
Le fanfiction, ad esempio.
Io ne scrivo, eh. Ne sto scrivendo. Non pensavo l’avrei mai fatto, a dire il vero, non dopo i quindici anni, e non perché non le ritenga un tipo di scrittura “matura”, anzi. Trovo che sia difficilissimo muovere personaggi altrui senza ucciderli, preferivo evitare a prescindere. E non c’era nulla che mi appassionasse abbastanza per rischiare.
Eppure ne sto scrivendo – come scrivo tutto, in realtà: progettando spasmodicamente e scrivendo quattro parole al mese. Ma va be’, non pretendiamo – e con piacere inimmaginato.
E le fanfiction sono NATE per essere date in pasto ad altri fan. È ovvio.
Eppure, davvero, trovo terribilmente difficile mettermi nell’ottica di andare su EFP (ARGH, ARGH, ARGH. Triplo. E senza scuse per la scarsa educazione. Quel posto è solo ARGH.) e pubblicare ed aspettare commenti e rispondere pucciosamente e riaggiornare in tempi decenti e via da capo, moine, machebbellaficcinaaggiornappresto!!! et varie. Non mi attrae, eh no.
Forse è semplicemente che l’opinione altrui non mi interessa.
So quello che scrivo e come lo scrivo. E sono arrivata a farlo davvero solo per me stessa.
Se altri – quei pochi altri – leggono, è solo perché riesco a dire certe cose solo dando loro un contesto e una lirica.
Io non sono mai stata brava con le parole.
Le poche che scrivo sono enormemente preziose, e non le butterò via.

postato da: LouchetteDuVal alle ore 22:21 | Permalink | commenti (5) |
categoria: progetti, fanfiction, sproloqui ineleganti, sublime ignominie
lunedì, 04 febbraio 2008
Sappiamo tutti che scrivere non è semplice.
Se lo fosse, d'altronde, non ci sarebbe gusto. Leggeremmo con piacere infinito gli Harmony e Twilight. (Oh, con questo non voglio assolutamente criticare né gli Harmony né Twilight, non fraintendetemi! Anzi, sono grata ad entrambi. La Letteratura tutta lo è. Il migliore passatempo con cui occupare lunghe notti insonni. Davvero.)
E io di certo non sono così presuntuosa da definirmi una scrittrice. E non me ne vogliano quelli che si definiscono tali. Io, semplicemente, ho sì una boria quasi incontrollabile, ma anche il buon gusto necessario da riconoscere una produzione buona da una mediocre. Io rientro nella seconda categoria, e questo non vuole assolutamente dire che non possa creare cose belle. Semplicemente, che per il mio personale - ed insindacabile - giudizio, non lo sono abbastanza.
Premesso questo, accadono fatti, a volte, nella vita di una scribacchina - una che, perdonate il francesismo, si fa il mazzo su quei cinque coglioni che gestisce - che le innalzano ulteriormente quel concentrato nitroglicerinico che è il suo Ego.

Così, stasera voglio dimostrarvi una cosa molto semplice: si può scrivere bene.
Curando la forma, la sintassi, le immagini che si trasmettono.
Si può non farlo.
A volte, si prova a farlo.
Ma il troppo stroppia. (E scusatemi, davvero,  ma ho un vero feticismo per i proverbi popolari. XD)
Così, nel tentativo di fare bene, si fa peggio.
È quello che succede tanto spesso nelle produzioni che si trovano in giro per Splinder, a voler fare un esempio che è la punta dell'iceberg. Tante felici ragazzine che credono di scrivere Poesia e invece prendono a martellate sulle gengive l'Onorevolissimo Signore con l'Alloro e il Nasone Oltremisura. (OSANO, se voleste abbreviare. O "Oh, Sano!" Oppure OSANNO! Che sarebbe meglio. Magari in silenzio, che qui stiamo cercando di dormire.)
Quello che vi copio adesso è un brano tratto dalla mia novel Giardini, in particolare nel capitolo che riguarda il nostro caro Oscar, Hortulus Animae.

Prima come l'ho scritta, sputando sangue per evidenti motivi che nessuno che non conosca me e  Oscar capirà.
Ma chissenefrega, siete il popolino, voi, che pretendete di capire? ò_o
Poi.
Poi! Come l'ho riscritta attenendomi ad un breviario di leggi implicite della perfetta Sedicenne Tormentata.
A voi. Ci si ritrova più tardi per il commento.

(Ele. Scusa. Ha fatto più male a me che a te.)

Prima

Non c’è orrore che ti scalfisca, putrido anfratto che non ti attiri e poi, come se la notte non fosse trascorsa affatto, non ti restituisca alla luce dell’alba puro ed incorrotto.
Non c’è male che ti possa contagiare, corruzione che non sei ansioso di sperimentare sulla pelle.
Sei immortale, sempiterno e splendido.
Non hai paura di spingerti in basso, più in basso possibile, toccare con mano quello che il resto del mondo che ti circonda – quello imbellettato e rigido nei corpetti delle signore e nelle tese dei cappelli su misura – rifugge come una malattia innominabile.
Vuoi vedere coi tuoi occhi. Toccare con le tue mani, guantate solo quando lo ritieni opportuno.
Non c’è opinione che conti, se non la tua. E deve essere un’opinione ben documentata, per amor di coerenza e piacere del vizio.
Sai che rialzare la testa, per te, è l’atto più semplice di tutti.
Il più elegante. Il più naturale.
Puoi tutto, vuoi tutto. Possiedi tutto quello che tocchi, Mida feroce e bello come un Narciso.
Non hai paura di morire di fame e sete – l’oro non nutre, ah! Baggianate moraliste! – e sai che anche se precipitassi nel tuo riflesso, non affogheresti di certo.
Au contrarie, ne usciresti più ricco ancora. Più ammirato. Più forte.
Vuoi di più.

Dopo.

Non c’è orrore che ti scalfisce.
Putrido anfratto che non ti attira.
E poi, come se la notte non fosse trascorsa affatto, che non ti restituisce alla luce dell’alba puro ed incorrotto, come quella stessa luce radiosa.
Non c’è male che ti possa contagiare…
Corruzione che non sei ansioso di sperimentare sulla pelle…
Sei immortale.
Sempiterno.
Splendido.
Non hai paura di spingerti in basso…
Il più in basso possibile per toccare con mano quello che il resto del mondo che ti circonda, il mondo che è imbellettato e rigido, nei corpetti delle signore, e nelle tese dei cappelli su misura dei signori, rifugge come una malattia innominabile.
Vuoi vedere coi tuoi occhi.
Toccare con le tue mani, ricoperte da sottili guanti di pelle nera solo quando pensi che sia giusto.
Non c’è opinione che conti se non la tua.
E deve essere una convinzione ben avvalorata, per amor di armonia e piacere del Peccato.
Sai che rialzare la testa e guardare chi ti critica, per te, è l’atto più semplice del mondo.
Il più elegante di tutti. Quello che ti viene più naturale.
Puoi tutto, vuoi tutto.
Possiedi tutto quello che tocchi, come il re Mida. Ma sei bello come un Narciso.
Non hai paura di morire di fame e sete come Mida ( chi ha detto che l’oro non nutre? Sono scemenze dannatamente moraliste!).
E sai che anche se precipitassi nel tuo riflesso come il bel Narciso, di certo non potresti affogare.
Al contrario, invece… Ne usciresti più ricco ancora. E più ammirato.
E più Forte.
Perché tu vuoi di più.

Giochiamo a trovare le differenze? <3
Guardiamo tutti insieme:
- frasi spezzate dove non serve - aggiungono pathos.
- utilizzo - inconsulto - di puntini di sospensione. Aggiungono tensione narrativa laddove è spezzata dalla mancanza di continuità nella frase. O di senso. O di... emh, italiano?
- Limitazione al limite indispensabile dei congiuntivi. I congiuntivi sono CATTIVI (cit.) [e qui PERDONATEMI, ma non ce l'ho fatta più di tanto. Io voglio tanto bene ai congiuntivi, sono i miei migliori amici.]
- Inserimento di particolari inutili per dimostrare che si sa cosa si sta dicendo. Perché è ovvio che se a "Mida" non aggiungo anche "re" nessuno capirà mai di cosa parlo. Il mio pubblico è idiota e io lo tratto come tale.
- Limitazione delle metafore. Le metafore, per definizione, sono OSCURE. E noi non vogliamo che il nostro pubblico si confonda, nevvero? Al massimo sostituirle con similitudini. Le similitudini ti vogliono beneh *C* Sono semplici. Ti DICONO COSA IMMAGINARE.
- Lì dove le metafore non si possono sostituire, avere cura di renderle il più intricate possibili. Incomprensibili. Abbiamo già detto che sono oscure, no? Perché non renderle anche insensate? Vi assicuro che ne guadagnerete in popolarità. Dai, insomma, guardate che seguito ha la Santacroce. Imitatela! Imitando si va lontano. Usate termini desueti. Perifrasi attorcigliate. Perdete voi stessi il senso del concreto.
- Se non trovate un termine abbastanza ricercato - in fondo, non è obbligatorio possedere un buon vocabolario, per poter scrivere - i sinonimi di Word sono utilissimi. (Bambine mie, giocate a trovare i sinonimi di Word? <3)
- Le maiuscole. Se il corsivo non è sufficiente, per dare enfasi, e non sono sufficienti nemmeno i puntini di sospensione o il continuo andare a capo, le maiuscole vi verranno in soccorso. Mettetele ovunque vogliate dare una sferzata di energia in più al vostro testo. Miscelate bene. Servite freddo. Con una spolverata di cacao è una m-e-r-a-v-i-g-l-i-a.

Ok, ho finito.
Sappiate solo che è tardi.
E che vi amo.
E che mi sono fatta malissimo e ho fatto malissimo alla povera creatura bionda che mi è accanto ora, e che mi ha fornito suggerimenti indispensabili ed atroci.
E che, OVVIAMENTE, Oscar non deve sapere niente di questo abominio.
Credo tenterebbe il suicidio. (Con le pillole, non certo tagliandosi le vene, CHE SCHIFO.)
postato da: LouchetteDuVal alle ore 01:37 | Permalink | commenti (6) |
categoria: esperimenti, oscar, novel, sublime ignominie
mercoledì, 16 gennaio 2008
Anima, lungi queste cose orrende!
Ti sieno cari gli umili sentieri
ove nel lungo oblìo l'erba germoglia.
Una pace verrà ne' tuoi pensieri
nuova, e da te cadrà l'antica spoglia
come cade da l'albero la foglia
arida. E lungi queste cose orrende!


Di cosa ti fai vanto, quando non hai che le tue miserie?
Di cosa ti fai vanto, se guardandoti indietro non trovi che calcinacci e terra riarsa?
Ma delle tue stesse miserie, lucidate e rese splendide.
Alla luce delle candele, dietro la loro facciata riflettente, nessuno le riconoscerà come tali.

Di cosa ti fai maschera, quando non hai che le tue paure?
Di cosa ti fai maschera, quando non conosci che il ronzio obnubilante del silenzio?
A cosa servono, le maschere, se nessuno ha mai visto il viso che vi si nasconde?
Alla luce delle candele, la loro facciata riflettente sarà solo un altro viso storpio e ghignante che annega nella folla.

Di cosa ti fai scherno, quando non hai che di deridere te stesso?
Di cosa ti fai scherno, se sei tu stesso il fantoccio più patetico che ti raffigura, la tua parodia meglio riuscita?
A nulla giova pensare di essere una statua di marmo pregiato, se dal profondo il tuo essere grida «Crollerò
Alla luce delle candele, li guardi osservarti ammirati, e sei l’unico a sapere che il marmo ricopre nient’altro che fragile argilla.


Oscar è momentaneamente abbandonato.
Momentaneamente da sei mesi, a ben vedere, ma sono problemi che insorgono quando si attribuisce ad un personaggio di finzione l'interezza del proprio bagaglio emozionale. Rischia di renderti tanto instabile da darti la nausea.
Ci sono momenti in cui amo profondamente come sono riuscita a strutturarlo, ma il più delle volte subisce il mio odio incondizionato.
È un personaggio splendido, ma una persona orribile, citando una delle poche persone che capirà mai completamente Sublime.
Completamente ed irrimediabilmente vuoto. Senza vie di scampo, senza giustificazioni, senza punti di luce.
E vi assicuro che gestire un personaggio che si detesta con tutta l'anima è piuttosto faticoso. Per cui, per adesso Hortolus Animae è sospeso a data da destinarsi. Nonostante sia probabilmente una delle mie produzioni migliori, a volte essere all'altezza di se stessi è improponibile.
postato da: LouchetteDuVal alle ore 23:12 | Permalink | commenti (2) |
categoria: oscar, indiscrezioni, novel, estetismi, sublime ignominie
mercoledì, 09 gennaio 2008
Avevano tanti nomi. Uno per ogni uomo, per ogni luogo e per ogni ora del giorno.
Giocavano a dirne uno diverso ad ogni amante e a ricordarlo se tornava.
Nella ripetitività opprimente e massacrante della vita venduta per mangiare, anche quei passatempi innocenti potevano risultare salvifici.
Quell’esercito di volgare carne insonne di cui Divine faceva parte era ovunque, sotto ogni lenzuolo, dietro tutte le finestre chiuse, in ogni angolo d’ombra.
Ogni luce rossa poteva indicarle, bianche di cipria e rosse di rossetto e nere di bistro denso come la notte che abitavano.
Puttane, impure, troie, sgualdrine, baldracche, donnacce.
Ingiuriate perché non era possibile accettarle.
Donne di vita, donne di malaffare, donne di strada, donne di marciapiede, passeggiatrici, mondane, peripatetiche, belle di notte, eteree, cortigiane, cocottes.
Adorate perché non era possibile fare a meno di loro.
Ragazze di piacere, ragazze della notte, ragazze allegre, ragazze da divertimento, ragazze d'amore.
Ragazze in circolazione, dei viali, da caffè.
Erano dappertutto, giocavano a dadi con la propria vita, ed erano belle, nude ed oscene.
Pierreuses, soupeuses, marcheuses, stelline, lucciole, meretrici, orizzontali, visitatrici d'artisti, lorettes, frisettes, cerbiatte, piovre, mezze vergini, celibi, gioiose, veneri della crapula.
Non si poteva fare a meno di loro, e loro lo sapevano.
Ma sapevano anche che una volta finita la notte, una volta spente le torce e finito il vino, il loro ricordo si sarebbe affievolito fino a svanire, cancellato dalla luce di un sole che non le avrebbe illuminate mai.

Questa è la novel che sta cercando di uccidermi al momento.
Ci riesce piuttosto bene, bisogna dargliene atto.
Stupide puttane.
C'è Divine, qui dentro, e c'è Jeanne. Ci sono i due lati di una stessa persona che convivono e si scontrano e lottano per prevalere dentro il corpo qualunque di una qualunque puttana.
Bella, certamente, bellissima, perché dentro Sublime lo deve essere tutto, lo deve sembrare tutto, anche quando non lo è. I vicoli umidi devono sembrare affascinanti, le anime marce splendenti. Non ho nessun problema, in questo, non riuscirei a farlo diventare volgare nemmeno provandoci.
Alla fine sono solo un cumulo di stupide Mary Sue, ma trovatene di altrettanto ben strutturate. XD

Giogo non poteva essere un titolo più adatto per questa novel, temo. Sono completamente, inguaribilmente innamorata di questa donnina qua, che si è sviluppata completamente da sola lasciandomi a guardare un po' allibita. Ogni tanto prende in prestito le mie mani e scrive un po'. Ma fa tutto lei, e io non mi lamento di certo. È molto comodo.
In ogni caso, a parte un piccolo blocco su un certo omicidio, procedo abbastanza spedita.
(Per la mia media, certo. Il che significa che probabilmente finirò questa novel nel 2012, giusto in tempo per la fine del mondo).
Ho dei problemi seri, serissimi, atroci, con le scene d'azione. Davvero. Datemi da descrivere damaschi e tavoli arabescati, fatemi sfornare aforismi, orchestrare conversazioni mentre si sorseggia Bourboun, ma per carità, non fatemi scrivere scene d'azione. È genetico, non ne sono in grado.
Aspetto che la signorina sia sufficientemente alterata per aver voglia di fare a coltellate. Che sistema francamente idiota. ~

Divine poteva sembrava innamorata.
Arricciava le labbra in un sorriso tenero, malizioso e complice, abbassava gli occhi e poi, senza preavviso, li puntava di nuovo nei tuoi. E non potevi uscirne indenne.
Ti amo, diceva con quegli occhi.
Ti amo, diceva, sono tua e ti voglio.
Era capace di sillabarlo in uno stillicidio di promesse rese splendenti dal rossetto e dal vino, senza nemmeno aver bisogno di schiudere le labbra.
Divine poteva sembrare innamorata, anche se di innamorarsi non le era mai capitato.
Ma su quei letti, fra quegli stucchi eccessivi e gli specchi che impudichi riflettevano le oscenità che vi si consumavano, che fosse vero non aveva nessuna importanza.
I postriboli sono il regno del verosimile, dell’immaginazione sfrenata, del desiderio soddisfatto.
Sono il regno della carne e dell’anima, inscindibili ed inconciliabili.
Gli specchi, e i quadri, le tende damascate e i profumi penetranti, l’incenso e i veli, l’Ostentazione e il Vizio, il Vino e la Morte e l’Amore – un amore consumato, stanco e disfatto, ma comunque orgoglioso nel suo essere tirato a lucido – erano racchiusi tutti nel sorriso di Divine.
Aveva guardato tutto quello, l’aveva fatto scorrere sotto la sua pelle, nelle vene, l’aveva racchiuso in sé.
Adesso lo rifletteva, Venere perfetta, Cibele incantatrice di belve, Arpia e Musa di quel tempio maledetto da Dio e dagli stessi uomini che la richiedevano ogni notte.
Rifletteva in un sorriso il potere che aveva conquistato, le labbra perfettamente disegnate che si piegavano maliziose o crudeli sulla pelle di chi l’amava e la malediceva.
Divine non poteva amare più.
postato da: LouchetteDuVal alle ore 00:52 | Permalink | commenti (8) |
categoria: novel, divine, sublime ignominie
domenica, 06 gennaio 2008
Direi che non ce n'è mai abbastanza. Lo direi, se non fosse una menzogna terribile.
Di me ce n'è in quantità esagerata, sul web. Però, insomma, si sa, il narcisismo è la malattia di questo secolo, e con mio sommo disappunto in questo incarno mirabilmente la mia epoca. Sempre meglio della pruderie, ne converrete.

Bene, in realtà questo post ha un mero intento pratico ed esplicativo. (Perché lo sanno tutti che io con Splinder non ho mai avuto e mai avrò, in nessuna maniera, un rapporto educato e civile.)
Insomma, il cosa ci faccio io qui.
Posto stralci di produzioni più o meno recenti.
Parlo di quelle produzioni, con più boria e più autocompiacimento di quanto sarebbe decente ed educato.
Organizzo le idee, denigro straccio confondo e cicaleccio.
Mi metto in mostra, per vostro sommo gaudio, sì?
A bientôt.

L'Amante
Ennesimo, inutile, tentacolare tentativo di diffusione del mio morbo sul web. Stralci di prosa, divagazioni, lilismi. Tanto per iniziare, perché c'è vero stile sono in un'entrata in scena spettacolare.

L'Amante dell'Idiota è il titolo di un romanzo che il caro Charlie Baudelaire non ha mai scritto. Indicato, in ogni accezione, per questo posto.
Produzioni in corso
In scrittura

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