Avevano tanti nomi. Uno per ogni uomo, per ogni luogo e per ogni ora del giorno.
Giocavano a dirne uno diverso ad ogni amante e a ricordarlo se tornava.
Nella ripetitività opprimente e massacrante della vita venduta per mangiare, anche quei passatempi innocenti potevano risultare salvifici.
Quell’esercito di volgare carne insonne di cui Divine faceva parte era ovunque, sotto ogni lenzuolo, dietro tutte le finestre chiuse, in ogni angolo d’ombra.
Ogni luce rossa poteva indicarle, bianche di cipria e rosse di rossetto e nere di bistro denso come la notte che abitavano.
Puttane, impure, troie, sgualdrine, baldracche, donnacce.
Ingiuriate perché non era possibile accettarle.
Donne di vita, donne di malaffare, donne di strada, donne di marciapiede, passeggiatrici, mondane, peripatetiche, belle di notte, eteree, cortigiane, cocottes.
Adorate perché non era possibile fare a meno di loro.
Ragazze di piacere, ragazze della notte, ragazze allegre, ragazze da divertimento, ragazze d'amore.
Ragazze in circolazione, dei viali, da caffè.
Erano dappertutto, giocavano a dadi con la propria vita, ed erano belle, nude ed oscene.
Pierreuses, soupeuses, marcheuses, stelline, lucciole, meretrici, orizzontali, visitatrici d'artisti, lorettes, frisettes, cerbiatte, piovre, mezze vergini, celibi, gioiose, veneri della crapula.
Non si poteva fare a meno di loro, e loro lo sapevano.
Ma sapevano anche che una volta finita la notte, una volta spente le torce e finito il vino, il loro ricordo si sarebbe affievolito fino a svanire, cancellato dalla luce di un sole che non le avrebbe illuminate mai.
Giocavano a dirne uno diverso ad ogni amante e a ricordarlo se tornava.
Nella ripetitività opprimente e massacrante della vita venduta per mangiare, anche quei passatempi innocenti potevano risultare salvifici.
Quell’esercito di volgare carne insonne di cui Divine faceva parte era ovunque, sotto ogni lenzuolo, dietro tutte le finestre chiuse, in ogni angolo d’ombra.
Ogni luce rossa poteva indicarle, bianche di cipria e rosse di rossetto e nere di bistro denso come la notte che abitavano.
Puttane, impure, troie, sgualdrine, baldracche, donnacce.
Ingiuriate perché non era possibile accettarle.
Donne di vita, donne di malaffare, donne di strada, donne di marciapiede, passeggiatrici, mondane, peripatetiche, belle di notte, eteree, cortigiane, cocottes.
Adorate perché non era possibile fare a meno di loro.
Ragazze di piacere, ragazze della notte, ragazze allegre, ragazze da divertimento, ragazze d'amore.
Ragazze in circolazione, dei viali, da caffè.
Erano dappertutto, giocavano a dadi con la propria vita, ed erano belle, nude ed oscene.
Pierreuses, soupeuses, marcheuses, stelline, lucciole, meretrici, orizzontali, visitatrici d'artisti, lorettes, frisettes, cerbiatte, piovre, mezze vergini, celibi, gioiose, veneri della crapula.
Non si poteva fare a meno di loro, e loro lo sapevano.
Ma sapevano anche che una volta finita la notte, una volta spente le torce e finito il vino, il loro ricordo si sarebbe affievolito fino a svanire, cancellato dalla luce di un sole che non le avrebbe illuminate mai.
Questa è la novel che sta cercando di uccidermi al momento.
Ci riesce piuttosto bene, bisogna dargliene atto.
Stupide puttane.
C'è Divine, qui dentro, e c'è Jeanne. Ci sono i due lati di una stessa persona che convivono e si scontrano e lottano per prevalere dentro il corpo qualunque di una qualunque puttana.
Bella, certamente, bellissima, perché dentro Sublime lo deve essere tutto, lo deve sembrare tutto, anche quando non lo è. I vicoli umidi devono sembrare affascinanti, le anime marce splendenti. Non ho nessun problema, in questo, non riuscirei a farlo diventare volgare nemmeno provandoci.
Alla fine sono solo un cumulo di stupide Mary Sue, ma trovatene di altrettanto ben strutturate. XD
Giogo non poteva essere un titolo più adatto per questa novel, temo. Sono completamente, inguaribilmente innamorata di questa donnina qua, che si è sviluppata completamente da sola lasciandomi a guardare un po' allibita. Ogni tanto prende in prestito le mie mani e scrive un po'. Ma fa tutto lei, e io non mi lamento di certo. È molto comodo.
In ogni caso, a parte un piccolo blocco su un certo omicidio, procedo abbastanza spedita.
(Per la mia media, certo. Il che significa che probabilmente finirò questa novel nel 2012, giusto in tempo per la fine del mondo).
Ho dei problemi seri, serissimi, atroci, con le scene d'azione. Davvero. Datemi da descrivere damaschi e tavoli arabescati, fatemi sfornare aforismi, orchestrare conversazioni mentre si sorseggia Bourboun, ma per carità, non fatemi scrivere scene d'azione. È genetico, non ne sono in grado.
Aspetto che la signorina sia sufficientemente alterata per aver voglia di fare a coltellate. Che sistema francamente idiota. ~
Divine poteva sembrava innamorata.
Arricciava le labbra in un sorriso tenero, malizioso e complice, abbassava gli occhi e poi, senza preavviso, li puntava di nuovo nei tuoi. E non potevi uscirne indenne.
Ti amo, diceva con quegli occhi.
Ti amo, diceva, sono tua e ti voglio.
Era capace di sillabarlo in uno stillicidio di promesse rese splendenti dal rossetto e dal vino, senza nemmeno aver bisogno di schiudere le labbra.
Divine poteva sembrare innamorata, anche se di innamorarsi non le era mai capitato.
Ma su quei letti, fra quegli stucchi eccessivi e gli specchi che impudichi riflettevano le oscenità che vi si consumavano, che fosse vero non aveva nessuna importanza.
I postriboli sono il regno del verosimile, dell’immaginazione sfrenata, del desiderio soddisfatto.
Sono il regno della carne e dell’anima, inscindibili ed inconciliabili.
Gli specchi, e i quadri, le tende damascate e i profumi penetranti, l’incenso e i veli, l’Ostentazione e il Vizio, il Vino e la Morte e l’Amore – un amore consumato, stanco e disfatto, ma comunque orgoglioso nel suo essere tirato a lucido – erano racchiusi tutti nel sorriso di Divine.
Aveva guardato tutto quello, l’aveva fatto scorrere sotto la sua pelle, nelle vene, l’aveva racchiuso in sé.
Adesso lo rifletteva, Venere perfetta, Cibele incantatrice di belve, Arpia e Musa di quel tempio maledetto da Dio e dagli stessi uomini che la richiedevano ogni notte.
Rifletteva in un sorriso il potere che aveva conquistato, le labbra perfettamente disegnate che si piegavano maliziose o crudeli sulla pelle di chi l’amava e la malediceva.
Divine non poteva amare più.
Arricciava le labbra in un sorriso tenero, malizioso e complice, abbassava gli occhi e poi, senza preavviso, li puntava di nuovo nei tuoi. E non potevi uscirne indenne.
Ti amo, diceva con quegli occhi.
Ti amo, diceva, sono tua e ti voglio.
Era capace di sillabarlo in uno stillicidio di promesse rese splendenti dal rossetto e dal vino, senza nemmeno aver bisogno di schiudere le labbra.
Divine poteva sembrare innamorata, anche se di innamorarsi non le era mai capitato.
Ma su quei letti, fra quegli stucchi eccessivi e gli specchi che impudichi riflettevano le oscenità che vi si consumavano, che fosse vero non aveva nessuna importanza.
I postriboli sono il regno del verosimile, dell’immaginazione sfrenata, del desiderio soddisfatto.
Sono il regno della carne e dell’anima, inscindibili ed inconciliabili.
Gli specchi, e i quadri, le tende damascate e i profumi penetranti, l’incenso e i veli, l’Ostentazione e il Vizio, il Vino e la Morte e l’Amore – un amore consumato, stanco e disfatto, ma comunque orgoglioso nel suo essere tirato a lucido – erano racchiusi tutti nel sorriso di Divine.
Aveva guardato tutto quello, l’aveva fatto scorrere sotto la sua pelle, nelle vene, l’aveva racchiuso in sé.
Adesso lo rifletteva, Venere perfetta, Cibele incantatrice di belve, Arpia e Musa di quel tempio maledetto da Dio e dagli stessi uomini che la richiedevano ogni notte.
Rifletteva in un sorriso il potere che aveva conquistato, le labbra perfettamente disegnate che si piegavano maliziose o crudeli sulla pelle di chi l’amava e la malediceva.
Divine non poteva amare più.
postato da: LouchetteDuVal alle ore 00:52
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categoria: novel, divine, sublime ignominie
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