Quando per la prima volta a Catherine Marie Duval fu concesso di uscire in pubblico, sfoggiata come il più prezioso dei tesori, ultimo trofeo di caccia del suo eccentrico nuovo padre, la sensazione che le si impresse sulla pelle morbida e profumata di bambina fu che le persone in quella stanza la volessero divorare con lo sguardo.
Tenendo la mano di quel signore così alto che quasi non vedeva in viso, avvolta in un abitino scomodo e più bello di qualsiasi altro avesse indossato nella sua breve vita, si guardava intorno con più sospetto che curiosità, e quello che vedeva erano iene dagli occhi gialli, sghignazzanti senza apparente ragione, pronte a divorarla.
Catherine Marie Duval era naturalmente troppo piccola e con troppa poca esperienza del mondo per sapere, in primo luogo, che esistevano animali ridanciani e folli, a molti chilometri da lì, così simili all’alta società parigina; e nemmeno poteva sapere quanto un’impressione infantile dettata dalla paura di un mondo nuovo potesse essere tanto indovinata.
Catherine Marie Duval si chiamava così da tanto poco che ancora faticava a rispondere, quando una di quelle voci autoritarie esigeva la sua attenzione. In poco tempo avrebbe dimenticato il nome di prima, così come avrebbe dimenticato prima il viso, poi i nomi ed infine le voci delle persone che l’avevano circondata nei cinque anni precedenti alla sua entrata in quel circo colorato e crudele.
Gli occhi sono uno dei particolari che si dimenticano più facilmente, in un viso conosciuto. Se non sono occhi amati, difficilmente ne ricorderai il taglio, la sfumatura, il colore delle ciglia.
Se non ami, difficilmente ricordi.
Nonostante questo, Catherine Marie Duval non avrebbe più dimenticato gli occhi affamati di lei che riempivano quella sala, che le strappavano di dosso quell’abitino – il più bello che avesse mai indossato nella sua breve vita, per quanto scomodo – e le marchiavano sulla pelle morbida e profumata di bambina il suo nuovo nome, dandole per la prima volta qualcosa da sfoggiare come il più prezioso dei tesori.
Tenendo la mano di quel signore così alto che quasi non vedeva in viso, avvolta in un abitino scomodo e più bello di qualsiasi altro avesse indossato nella sua breve vita, si guardava intorno con più sospetto che curiosità, e quello che vedeva erano iene dagli occhi gialli, sghignazzanti senza apparente ragione, pronte a divorarla.
Catherine Marie Duval era naturalmente troppo piccola e con troppa poca esperienza del mondo per sapere, in primo luogo, che esistevano animali ridanciani e folli, a molti chilometri da lì, così simili all’alta società parigina; e nemmeno poteva sapere quanto un’impressione infantile dettata dalla paura di un mondo nuovo potesse essere tanto indovinata.
Catherine Marie Duval si chiamava così da tanto poco che ancora faticava a rispondere, quando una di quelle voci autoritarie esigeva la sua attenzione. In poco tempo avrebbe dimenticato il nome di prima, così come avrebbe dimenticato prima il viso, poi i nomi ed infine le voci delle persone che l’avevano circondata nei cinque anni precedenti alla sua entrata in quel circo colorato e crudele.
Gli occhi sono uno dei particolari che si dimenticano più facilmente, in un viso conosciuto. Se non sono occhi amati, difficilmente ne ricorderai il taglio, la sfumatura, il colore delle ciglia.
Se non ami, difficilmente ricordi.
Nonostante questo, Catherine Marie Duval non avrebbe più dimenticato gli occhi affamati di lei che riempivano quella sala, che le strappavano di dosso quell’abitino – il più bello che avesse mai indossato nella sua breve vita, per quanto scomodo – e le marchiavano sulla pelle morbida e profumata di bambina il suo nuovo nome, dandole per la prima volta qualcosa da sfoggiare come il più prezioso dei tesori.
Forse, e sottolineo forse, possiamo farcela anche con lei.
postato da: LouchetteDuVal alle ore 21:40
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categoria: novel, sublime ignominie, louchette
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